L’Arminuta

Il 21 ottobre è uscita al cinema la pellicola tratta dall’omonimo libro di Donatella Di Pietrantonio, autrice di cui ho sempre apprezzato lo stile asciutto, senza fronzoli. Il  linguaggio è tagliente ed estremamente crudo a tratti. Notevole la capacità di disegnare i suoi personaggi e le loro labirintiche complessità.

L’Arminuta è una parola del dialetto abruzzese il cui significato è “la ritornata”.  Questo è il soprannome attribuito alla protagonista dai suoi fratelli e dai compagni di classe. Ha tredici anni e fino ad allora ha vissuto coccolata dalla madre e dal padre, nell’agio, in una bella casa al mare. Un giorno viene restituita ai suoi veri genitori – di cui ignorava l’esistenza – e si trova, d’un tratto, catapultata in una realtà a lei completamente estranea. Il borgo è asfittico, sembra appartenere ad un mondo antico, carico di superstizioni e antiche credenze. La famiglia sopravvive grazie al lavoro in una cava del patriarca e all’aiuto degli altri uomini di casa. Ci troviamo negli anni settanta, in un contesto rurale dove la scolarizzazione è molto bassa e profondo il disagio economico-sociale. Della ragazzina non viene mai fatto il nome durante la narrazione, quasi a volerne sottolineare la spersonalizzazione. Un oggetto spostato secondo gli umori dei grandi – questa è la percezione della piccola e del lettore. Si avverte fin dall’inizio il profondo senso di vergogna e disperazione dell’arminuta, abbandonata dai suoi affetti più cari e privata di ogni punto di riferimento. Il solo conforto giunge dalla sorella Adriana, una bambina che, pur nella distanza di esperienze vissute, ne comprenderà e condividerà appieno la desolazione e allo stesso tempo il forte desiderio di riscatto ed emancipazione. Questo è un libro in bianco e nero, dalle forti contrapposizioni, ma è anche, per l’appunto, un incoraggiamento alla tenacia e alla resilienza.

La trasposizione cinematografica è del regista Giuseppe Bonito. Nei panni della giovane protagonista Sofia Fiore.

La domanda a cui rispondo di frequente è se io abbia preferito il testo o la pellicola. Difficile dare una risposta in questo caso. Durante la visione ci sono stati diversi momenti in cui ho dovuto trattenere le lacrime, perché ho sentito, quasi lo vivessi in prima persona, tutto il dolore dell’arminuta. Una sofferenza vissuta in una dimensione intima, priva di una espressività urlata. Il film è costruito sui silenzi, con la scelta – a mio avviso vincente – di puntare sugli insistiti primi piano della talentuosa Sofia e della bravissima madre naturale, interpretata da una intensa Vanessa Scalera. 

Una menzione speciale va fatta a Carlotta De Leonardis, che, con la sua Adriana, ha lasciato una impronta significativa sulla storia, grazie alla prepotente verve recitativa e al buffo e spontaneo atteggiamento da scugnizza.

Poche sono le differenze rispetto al romanzo. Si è puntato su un maggiore isolamento della famiglia, quasi a volerne sottolineare l’esistenza come un micro cosmo a sé. Nessun riferimento (che peccato!) all’ultimogenito Giuseppe, una creatura innocente intrappolata in una dimensione inafferrabile. Bella la fotografia, con una resa perfetta del contrasto, non solo visivo, tra l’immagine claustrofobica del paese e l’infinitezza del mare.

Un film che fa degli sguardi la sua forza, un libro che vive della impetuosità delle sue parole. 

Colazione da Tiffany

Qualcuno potrebbe obiettare sulla scelta e dire che sono “vecchia”, perché Colazione da Tiffany è un libro del 1958 del celebre scrittore americano Truman Capote e la trasposizione cinematografica di Blake Edwards è di poco successiva (1961).

Beh, confesso di avere un’anima un po’ agée. Sono nostalgica e penso sempre di essere nata nell’epoca sbagliata. Di sicuro sarebbe stato molto più interessante vivere tra gli anni 50’ e 60’. Però, accidenti, questo titolo è un capolavoro!

Io lo adoro e l’ho scelto per una serie di motivi. 

Stiamo parlando di un film cult, con una protagonista straordinaria ed una colonna sonora, “Moon River”, che per me già sarebbe sufficiente ad inserire la pellicola tra i capolavori del cinema mondiale.

È una storia d’amore, priva di sdolcinatezze ed estremamente originale per quel periodo. Una liaison tra una giovane prostituta d’alto bordo ed uno scrittore squattrinato che suscitò scandalo in quegli anni. Basti pensare che l’agente di Marylin Monroe, Lee Strasberg, le suggerì di rifiutare la proposta perché recitare la parte di una escort le avrebbe rovinato la carriera.  Clamoroso errore! Direi meglio per gli spettatori, però.

Audrey Hepburn è perfetta nel ruolo di Holly Golightly, ne incarna a pieno le caratteristiche delineate da Truman Capote nella sua opera: una donna-bambina, sfrontata ma intimamente naÏve, sognatrice ma pragmatica e risoluta allo stesso tempo. Se non ha vinto l’Oscar nel 1962 è solo perché fu battuta dalla nostra Sofia Loren per la sua interpretazione magistrale ne “La Ciociara”.

“Io non voglio essere padrona di niente finché non saprò di averlo trovato, il posto dove io e le cose siamo legate tra noi. Non so ancora bene dove sia questo posto. Ma so com’è”. Così nel libro, per parlare del suo rapporto con Gatto, il micio senza nome raccolto per strada, indipendente e sornione, come lei.

Personaggio dalle mille sfumature, così intenso e drammatico da oscurare il resto del cast ed in particolare il suo partner in scena, George Peppard, che pur ha legato il suo nome al freddo ed impalpabile Paul Varjak. 

A chi mi chiede cosa preferisco tra romanzo e film, rispondo convintamente che ho amato Truman Capote, ma Audrey Hepburn di più. 

Lo stile del primo è elegante, essenziale e con punte di incredibile umorismo. Un cavallo di razza, capace di passare da un registro all’altro, di far commuovere e sorprendere il lettore. Colazione da Tiffany è un testo breve, ma così ricco e carico di amarezza ed anticonformismo, da meritare il successo planetario ottenuto. La resa cinematografica è notevole, ma ci sono diverse discrepanze rispetto alle scelte dello scrittore. Quest’ultimo avrebbe desiderato che la punta di diamante fosse Marilyn Monroe perché a suo avviso avrebbe rappresentato meglio l’immagine di una ragazza ingenua ma mentalmente e sessualmente libera. La produzione ha scelto, invece, un volto dal candore maggiore, con una allure iconica. Al contrario, Paul Varjak, aspirante romanziere, è stato reso da George Peppard in maniera più controversa e meno lineare. 

La relazione tra i protagonisti è ciò che verrebbe definita oggi un’amicizia affettuosa, un contorno alla storia della indomita ragazza di provincia giunta a New York per acciuffare i suoi sogni. Chiaro che nel film, per esigenze di botteghino, si è cercato di dare maggiore risalto a questo rapporto, rendendolo più vivo e carnale.

Il finale è bianco e nero. Bianco per Edwards, nero per Capote. E non poteva che essere così. Il primo ha assecondato gli spettatori, il secondo è rimasto coerente con se stesso e con la narrazione.

Ma la differenza è tutta in un nome: Audrey Hepburn

Colazione da Tiffany è Audrey Hepburn, è il suo sorriso smaliziato mentre abbassa gli occhiali da sole scuri, è il tubino nero con la collana di perle, è la sua maschera per dormire, è il suo fischio da ragazzaccia per richiamare il taxi, è il suo abbraccio a Gatto, è la sua malinconica voce che sussurra:

“Moon river, wider than a mile. 

I’m crossing you in style some day

Oh, dream maker, you herat breaker

Wherever you’re going. I’m going your way.

Two drifters, off to see the world

There’s a such a lot of world to see

We’re after the same rainbow’s end, waiting, round the bend

My Huckleberry Friend, Moon River, and me”

Frasi Cult

Dall’opera di Truman Capote

“Ma non puoi dare il tuo cuore a una creatura selvatica: più lo fai, più forti diventano. Fino a quando sono diventate tanto forti da scappare nei boschi. O da volare su un albero. Poi su un albero più alto. Poi in cielo. Ecco, come finirà, signor Bell. Se si permetterà di amare una creatura selvatica, finirà per guardare il cielo”.

Dal film “Colazione da Tiffany”

“Se io trovassi un posto a questo mondo che mi facesse sentire come da Tiffany, comprerei i mobili e darei al gatto un nome!”